Affinamenti successivi


venerdì, giugno 12, 2009



Spicchi di specchio

Naturalmente sai che io non esisto, e questo mi tranquillizza. No, perché esistere costa una fatica dell’altro mondo e ha un sacco di sgradevoli effetti collaterali tipo mettere creme solari, smagliarsi le calze, scrivere sms, avere un portafoglio sempre a rischio di smarrimento pieno di carte plastificate.

Se esistessi, comunque, non userei il rossetto e nemmeno collant, e spero che questo tranquillizzi te, così niente macchie sui colletti e niente disastri irreparabili se dovessi graffiarmi una gamba con uno dei tuoi gemelli. No, non intesi come bambini. Adesso che ci penso, però, mi darebbe fastidio se tu usassi dei gemelli (a meno, beninteso, che si trattasse dei gemelli del gol, ma tanto tu non sai nemmeno chi siano e questa è una parentesi di puro pensiero – ti pare infatti che io possa essere qualcosa di più che pensiero? – associativo) (perdona la parentesi).

Mi nutro di gratificazioni e vado di pensiero (spero che tu non stia mangiando, nel qual caso ti prego di scusare l’eufemismo e la ripetizione di termini) tre volte al giorno producendo ottimo concime e spicchi di specchio, che sarebbe dolorosissimo e rischiosissimo espellere per un’entità non diciamo corporea, ma anche solo liquida o gassosa.

Non ti torna quella cosa delle gratificazioni? Beh, ci sono tanti modi di non esistere, e mica uno se li può scegliere come gli pare. Tipo il fatto che mi emoziono e mi affeziono più di quanto sarebbe salutare per le mie particelle di nulla. Vedi? Ho scritto salutare e subito mi immagini a sollevare la manina per un cenno di commiato. Te lo dico io qual è il problema: sei ansioso. T r a n q u i l l o, devi stare t r a n q u i l l o. Ora immagina che io mi alzi e me ne vada, ma con c a l m a, immagina un gesto semplice e, per favore, a g g r a z i a t o. Non c’è da allarmarsi, mi allontano solo perché ho da preparare il chili per stasera.



tulipani | 10:08 | commenti (8)


giovedì, giugno 04, 2009



Lettori

- Hai visto? Anche da Stefano nessuno legge niente.

- ...

- Cioè, voglio dire, di libri ne hanno pieni cinque scaffali, pure in doppia fila, ma credo che legga solo lui. Sua figlia, l’hai vista?

- ...

- Poi, quando tirano fuori le statistiche, ci stupiamo. Quattro libri all’anno a testa? Quanti erano? Tre, due? Uno e due terzi? Anche quella cosa del salone del libro di Torino. Hanno ragione a dire che è come la fiera della patata novella o la sagra del mobile brianzolo. La gente ci va, si riempie le borse di cataloghi, compra qualche libro, soprattutto per il titolo, la copertina, compra per quel sé che vorrebbe essere, e poi a casa soccombe al sé che invece è.

- ... Ahi, cazzo, mi sono punta.

- Hai visto Martina? Quanti anni ha?

- Tredici. Stefano e Paola l’hanno avuta nel ’96, quando noi abbiamo avuto la crisi del Vento che risospinge all’indietro. Quella che ci ha diagnosticato Sathibiandbotyanandha, ti ricordi?

- Beh, tredici anni e non fa altro che giocare al coso, quel gioco portatile assurdo, quello della pubblicità della Kidman, per intenderci (grandiosa la Kidman in quel film là, scuro e tetro, con i profili delle case disegnati per terra come morti ammazzati, le porte non porte e c’era anche Michael Caine. Può essere?)

- DS, Nintendo DS.

- Il film?

- Il film?

- No, appunto. Ma pensa, DS per me fino a questo momento stava per direttore sportivo. Ti rendi conto di quanto il tecnologichese possa essere ammorbante? Di quanto la lingua dei videogiochi ci intrida e sporchi la nostra lingua e infetti quel poco di cultura che ci è rimasto?

- Mi passeresti quel rocchetto di filo rosso, per favore?

- Io a tredici anni, e di certo anche tu, mi sparavo uno dietro l’altro tutti i classici della letteratura per ragazzi. E poi subito dopo Calvino e poi qualunque cose fosse edibile, cioè, perdona il lapsus, leggibile. Andavo dal cartolaio a Borgo Nuovo e saccheggiavo gli scaffali. E i miei che si incazzavano perché non scendevo nemmeno a mangiare. Un’adolescenza epica.

- Beh, più o meno anch’io. Molto molto epico, effettivamente.

- Come paragonare alla nostra generazione questa banda di rammolliti zombi (con la esse? zombis, mah, dopo vado a controllare), insomma questi qui con lo sguardo allucinato e i calli da… come si chiama l’altra, la madre di tutte le console?

- PS, Play Station. Della Sony.

- Un altro acronimo usurpato. E sai cosa mi viene in  mente? Senti questa. Pensi che la console l’abbiano chiamata così per caso? Io credo che etimologicamente abbia a che vedere con consolazione. Una flebo di endorfine nella vena cerebrale e vivi, si fa per dire, in una realtà parallela dove succede qualunque cosa ma nulla cambia mai davvero.

- ... Esatto. Ecco credo che il buco adesso non si veda più. Che ne dici?

- Un mondo fantastico, che ti distrae dall’oggi che stai vivendo, che annulla la necessità di agire e di assumerti davvero la responsabilità delle scelte. Che ti altera la percezione, che ti fa vedere quello che non c’è.

- Ecco fatto, le forbici. Dove ho messo le forbici?

- Non credi? Ti trasporta via e vorresti che non finisse mai. Ti chiamano ma non li senti. Sei a mollo, stai nuotando, sei altrove. Mi stai seguendo?

- Ma certo che ti seguo. Mi ricordo, è proprio come dici tu. Nuotavamo, eravamo altrove. Ci chiamavano per cenare e non scendevamo. Molto molto epico, effettivamente.

- ...

tulipani | 14:44 | commenti (10)


venerdì, maggio 22, 2009



Omaggio approssimativo e colpevolmente lacunoso

 

Portava con sé un’intelligenza voluminosa e agile, della quale era consapevole grazie a una metaintelligenza ipercritica, la quale (essendo effettivamente ipercritica) gli faceva percepire la sua voluminosa e agile intelligenza come un’intelligenza voluminosa e ingombrante. Questo era l’inizio dei suoi guai, perché, poco oltre, i suoi guai entravano nel vivo e proliferavano e ingrassavano a dismisura non appena (grazie sempre alla sua metaintelligenza ipercritica ) considerava il fatto che la sua ingombrante intelligenza lo condannava senza appello al disincanto e al cinismo, mentre invece lui avrebbe voluto con tutto sé stesso (ma soprattutto con la sua metaintelligenza ipercritica, N.d.R.) essere un eroe buono, ottuso e coraggioso, zuppo di umanità e amato e amante contento. Normalmente e specialmente amante di una donna alla volta, buona e speciale.

Purtroppo, grazie a una metametaintelligenza futtutamente stronza, era consapevole della sua metaintelligenza ipercritica, e si sforzava di combatterla andando al cine, portando a spasso il cane, cucinando fiori di zucca, facendo yoga pregando di crederci. Ma le sue preghiere erano insoddisfacenti: dio non si sa se esiste, gli ricordava la sua intelligenza ingombrante; interrogarsi sull’autenticità di una preghiera non è pregare, lo ammoniva la sua metaintelligenza ipercritica; dovresti passare alle seghe vere, lo provocava la sua metametaintelligenza fottutamente stronza.

Fu così che con la sua intelligenza voluminosa e agile decise frettolosamente di fingere di aver frainteso l’ironia di primo livello della sua metametaintelligenza fottutamente stronza. Ciò spiazzò la sua metaintelligenza ipercritica perché di solito lui non fraintendeva alcunché, e così lui ebbe il tempo di reciderla di soppiatto, tagliandosi via la testa con una lama dentata.


tulipani | 14:09 | commenti (9)


sabato, aprile 25, 2009



UNA VOLTA QUI ERA TUTTA MARINA - ORA E' UNA MARANA

APPELLO PER IL RITORNO DI TULIPANI

chi ama l'amiga ci metta una riga

e siccome io amavo la scrittura di Marina, ci metto una pagina. Tanto per cominciare, dico basta: la pubblicità di AnnunciGoogle, per quanto spassosa o tragica, mi ha stufato.

"Ma come!?", sento sibilare, "Come puoi denigrare la nouvelle vague di Per un Intestino Sano La Pulizia Intestinale è Importante per la Tua Salute. Esperti Qui!", "Come fai a non godere di forma e contenuto in Finotti Rollcontainer Produzione prodotti personalizzati Rollcontainer contenitori transenne www.carpenteriafinotti.it?", "Come è possibile sottovalutare il messaggio subluminale di un Combatti la stanchezza Tutte le risorse della natura per affrontare il cambio di stagione www.integratoriebenessere.it?!".

Sì, sì, lo so. E' tutta arte, anzi è l'arte migliore. Quella nuovanuova, quella che non sa di esserlo. Ma ci ha rotto le palle degli occhi. Io rivoglio la magia di tulipani, rivoglio il profumo di marina. Perché mi piaceva quello che scriveva e come lo scriveva e quando lo scriveva, e che nessun AnnuncioGoogle saprofita di blog abbandonati riuscirà mai lontanamente ad imitare, pur nella sua artistica inconsapevolezza.

Se siamo riusciti a far riapparire le lucciole in campagna, le zanzare in città, le carfagne nei palazzi, i pidocchi nelle scuole, i lupi e gli sciacalli in abruzzo, le pantere le volpi e i gabbiani a torbellamonaca, perché ancora latitano i tulipani di mare nel web? Qual maleficio ce li sottrae ognor?

Questo è un appello per il ritorno del mare color tulipano. Aderite e fate aderidere: se saremo approssimativamente sex-sette a volerlo, tornerà?

!



venerdì, luglio 04, 2008



TREBÒT

Il letto le regge i pensieri più grevi. E' una cosa darwiniana. Chi ha i pensieri grevi di giorno prima o poi muore giovane e chiude lì la sua discendenza e così si estingue la razza. La maggioranza delle donne e degli uomini dunque ha i pensieri grevi di notte, tenuti su da reti ortopediche, i più fortunati.

Mentre il letto le regge dunque i pensieri più grevi, l'aria è tutta morta intorno e una goccia di sudore dell'angelo le incide ritmicamente la fronte creando una rete di canalette erosive. A forma di rughe, per capirci. Se non vuoi le rughe devi cacciare l'angelo e invitare il diavolo, che lui non suda nemmeno all'inferno, figurati in una qualsiasi notte di fine giugno, ancorché di bruciante lamiera.

A questo punto, non si sa né come né perché, si riaddormenta come un impasto molle ed elastico a forma di mucca disarticolata, lasciando tutto in sospeso, che dà anche un po' fastidio.


tulipani | 09:54 | commenti (54)


venerdì, febbraio 29, 2008



VADE RETRO GOOGLE ADSENSE!

Ho letto che piazzano i banner sui blog inattivi da sei mesi. Ora, con sto post, dovrebbe sparire tutto e io dovrei tornare a posto per un altro mezzo anno.

(non è esattamente il tipo di post con il quale mi immaginavo di rompere il silenzio, ma pazienza)


tulipani | 15:16 | commenti (26)


venerdì, agosto 24, 2007



M.P. e il senso della vita


M.P. certe volte se lo sentiva che il senso della vita era lì lì per rivelarlesi. Si era trovata sulla soglia del mistero dell’uomo finito gettato nell’universo non si sa bene a che pro e per il divertimento di chi almeno una mezza dozzina di volte. Di solito accadeva quando il tempo meteorologico non era proprio bellissimo: anzi, il presentimento prendeva consistenza preferibilmente con una certa percentuale di umidità nell’aria. Ma non afa, attenzione. Bisognava che l’umidità fosse accompagnata da almeno un sospiro di brezza, e ci voleva almeno una pianta, intesa come vegetale, entro il suo raggio visivo. Meglio se con una o più gocce d’acqua appoggiate o pendule su foglie lanceolate, dal margine liscio, penninervie, picciolate, semplici. Ma non tipo oleandro: molto più piccole e cedevoli. Molto probabilmente ci sarà stato un nesso anche con l’oroscopo della settimana o del giorno, ma usare l’oroscopo come chiave per scardinare il mistero del senso della vita le era sempre sembrato una petizione di principio, e quindi la regolarità nella ricorrenza delle congiunzioni astrali, ammesso che ci fosse stata, M.P. non si è mai degnata di registrarla come fenomeno scientifico.
Caratteristica comune, sul piano della percezione, era un senso di nausea improvviso. Non esattamente una nausea da mal di mare o mal d’auto, e nemmeno da eccessivo ingerimento di cibo o da postumi di sbronza. Piuttosto una nausea da primo trimestre di gravidanza. Una nausea gravida di promesse, una nausea che allarga lo stomaco, e l’anima in esso contenuta, fino a ricoprire lo sterno, l’inguine, le braccia e le gambe e a debordare anche un po’ sul sofà; fino a modificare consistenza e funzionamento di bocca naso occhi orecchie. Tant’è che una volta le era sembrato di ruminare un’aiuola di viole del pensiero; un’altra di farsi una pista di curry tagliato con troppo gelsomino; un’altra ancora di sentire dei laziali burini parlare di calcio; e infine, stando a quel che si ricorda anche sua madre, di aver visto un angelo rosa e azzurro, alto un tavolo o poco più. Il tatto non era il suo forte, ma contava, prima o poi, di averci anche lì una qualche percezione da registrare come fenomeno scientifico.
Il problema della soglia della rivelazione non sta nel fatto che essa (la soglia) sia difficile da raggiungere (informatici, giornalisti, bibliotecari, docenti, imprenditori, studenti, nullafacenti, smanettatori, portaborse, economisti, medici, poeti, pr e br le avevano raccontato di averlo fatto in scioltezza anche più di una volta); il problema, dicevamo, è che la soglia rimane aperta soltanto il tempo che tu resisti lì, sotto i flash degli ø¤≈œ, senza batter ciglio, e con l’aggravante della nausea. Ed è un tempo nanomicrocentellinare anche per i campioni di fondo nella disciplina dello sgranamento oculare. E comunque si tratta di una specialità pericolosissima, che fa più morti del sabato sera, della follia omicida di fidanzati e mariti (ed ex fidanzati e ex mariti), e del base jump.
“Esiste una buona evidenza sperimentale che ci permette di ipotizzare una significativa correlazione tra il tempo trascorso a occhi spalancati e il decesso di un individuo. Infatti, nella maggior parte casi da me esaminati (direttamente in famiglia o in ricostruzioni cinematografiche molto rigorose), i morti mostravano l’occhio sbarrato. Pare inoltre che spesso nemmeno un repentino intervento di soccorso a chiudere le palpebre sia in grado di riportare l’organismo alle consuete funzioni vitali”. M.P. concluse con questa annotazione la relazione scientifica sul fenomeno scientifico della rivelazione del senso della vita e decise di abbandonare ogni successiva ricerca scientifica sull’argomento, pensando che la scienza non è poi così inutile se riesce almeno a dissuaderti da comportamenti troppo imprudenti.

tulipani | 12:25 | commenti (46)


lunedì, giugno 11, 2007



Fermare i cervelli in fuga
 
Nel palazzo dei mèntori, in ogni spazio lasciato libero dall’arredo, dalle macchine e dalle cianfrusaglie crescono stalattiti e stalagmiti gommose color verde rospo semiopaco, digradante al giallo rospo ambrato là dove la materia gommosa s’assottiglia.
Appena entri sei immerso nei vapori ritmati della sala macchine, dove stamattina echeggiano boati assordanti di eruzioni moka accompagnati da fiammate al cardamomo. E poi il pulsare del maglio e il tintinnare dei mestoli.
Attraversando un corridoio sopraelevato pavimentato a scacchi (mattonelle di acido Jaluronico solidificato a freddo alternate a mattonelle di diossido di titanio saldato a piombo), si raggiunge la sala Libagioni, normalmente chiusa a sette mandate, ma aperta oggi al selezionatissimo pubblico di discepoli ed ex discepoli per celebrare il successo di André Kurs, Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher, Marin Soljacic, che giusto l’altroieri, al MIT, hanno acceso una lampadina a distanza, senza fili, senza pile e senza barare, e hanno pure scritto un bell'articolo su Science.
Quasi a replicare la parabola del figliol prodigo (che però nessuno dei presenti conosce – a parte Oreste Lomonaco, il decano – per via della separazione precoce dei curriculum formativi), si è allestito un sontuoso campo magnetico degno di un banchetto nuziale, roba che al MIT se lo sognano, commentava Oreste tra sé e sé, consapevole della perfidia della trovata.
Sul tavolo di ferro e formica, scenograficamente isolato contro uno sfondo di lenzuola bianche intonse, sono allineati 43 calici assolutamente identici, anche per quanto riguarda peso atomico e induttanza pissile.
- In onore dei nostri ragazzi, dei nostri monelli di un tempo, che oggi sono stati così magnanimi - e sottolinea magnanimi con un tratto di dispetto – da farci visita, propongo oggi una riedizione di lusso dell’Indovinovino, una delle nostre più nobili ricreazioni che tante volte abbiamo svolto in cantina per ingannare il tempo nei pomeriggi assolati. Ricordate?
La voce di Oreste si disgrega in una frattura nostalgica in prossimità del punto interrogativo, ma in una manciata di nanosecondi riprende forma e conclude: - Si dia inizio al trastullo!
La notizia getta molti dei presenti nel panico. Altri ridacchiano imbarazzati. Sono pochissimi quelli che gongolano (seppure furtivamente), immaginando la gloria di una nuova vittoria.
- Vi ricordo le regole: 5 sorsi per indovinare nome e annata, e descrivere il bouquet senza dire bouquet, violetta, fermo, pesca, retrogusto, bruno, terroso, rotondo, paglierino, robusto, tramonto, aristocratico, complesso, legno, sottobosco, frutta matura, melato, piccante, spiritoso, asciutto, allegro, selvaggina, rosa antico, rubino, vivace, foglie, castagna, erbaceo, speziato, tannico, equilibrato, persistente, abboccato, limaccioso, e tutte le altre parole che sono già state dette finora nella storia dell’Indovinovino.
I 43 calici vengono riempiti da un barman acrobatico in livrea metal che maneggia con insospettabile devota delicatezza una quindicina tra beute e becher effondenti effluvi alcolici. Tutti sorseggiano, controllati da un misuratore sismico a vetro sensibilissimo, inserito nel gambo del calice (qualcuno potrebbe barare, e fare sei o addirittura più sorsi).
Inizia a parlare Leandro Solicito, il più diligente:
- Ruchè, 2004, forte (oooh, ma come? Nessuno aveva ancora detto forte? No, nessuno. Eh, lui ha una memoria di ferro, e poi prende sempre appunti), vigoroso (ma pensa!), ruvido al palato, si addolcisce in un’ottomana di mirtilli prima di essere deglutito. Ottimo per accompagnare i dolci.
Un po’ didascalico ma bravo.
Tocca a Franz Capioca, l’irriverente:
- Bonarda, 2006. E ora il mazzo (ooooh!): scapestrata puttana frizzante, rossetto da labbra, ti penetra senza smussarsi, si allappa danzando al velopendulo. Perfetta per accompagnare il letto.
Un po’ sopra le righe ma bravo.
Tocca ad André Kurs, uno dei festeggiati. Tossisce come per schiarirsi la voce e tutti si voltano rispettosi (e festeggianti). Ma André si accascia di botto, un sol colpo di teatro all’unisono con Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher e Marin Soljacic. (oooooooh!).
Oreste invita gli invitati a mantenere la calma, e perlustra sornione i sei cadaveri. Con il rivelatore di vinile fossile è uno scherzo trovargli addosso il registratore di pensieri. Come immaginavo - pensa il decano, in fondo orgoglioso della valentia di questi suoi discepoli troppo intraprendenti - sei registrazioni identiche e impeccabili, risalenti, secondo più secondo meno, a due minuti fa.
Batte le mani:
- Signori, silenzio, vi prego. Un momento di attenzione, il gioco continua. Tocca ad André Kurs, Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher, Marin Soljacic, i primi della classe di sempre.
E poi, leggendo da una delle sei registrazioni identiche:
- Pioggia acida, 1986. Particolato di ddt in mantecato arsenicoamiantifero. Asfittico, ronzante di vespe, si evolve in un sospetto di cicuta in concentrazione 0,17. Perfetto per accompagnare una vendetta.

tulipani | 15:34 | commenti (39)


giovedì, giugno 07, 2007



Canzone di notte numero 13
(contro il freddo, il mal di pancia, il mal di testa e la paura)

Non appena aprì le imposte
- giusto uno spiraglio -
fu assalita da un dubbio
- animale rapace, notturno
laconico, fulmineo.

La ferì con lo sguardo, e
la beccò alla base del collo, poi
entrò schiamazzando le ali e
frastuonando la stanza.

Capovolse la branda,
frantumò una collezione
di uccelletti di ceramica e vetro,
defecò, ruttò, si grattò le piume
con un artiglio e se lo pulì nel becco.

Si acquattò in posizione d'attacco.
Da gatto.


tulipani | 09:13 | commenti (22)


lunedì, maggio 21, 2007



Tutti questi libri intorno mi disorientano, per non parlare degli hot dog
 
La scorsa settimana si è concluso nella mia città il Salone di un libro, kermesse per lettori analitici. La manifestazione quest’anno si intitolava Aliti recintati, e francamente più di uno si è chiesto che cosa volesse dire. Però, siccome una volta entrati le cose da fare erano tante e parecchio impegnative, alla fine tutti si sono dimenticati di chiedere agli organizzatori l’origine del titolo.
All’evento quest’anno hanno partecipato, uno alla volta, trentadue visitatori (dati della questura, ma quelli del backstage rivendicano numeri a una sola cifra), selezionati fra un pubblico di lettori di livello avanzato rotti a qualsiasi esperienza ermeneutica.
Ora si dà il caso che io sia potuta entrare al posto di uno di questi superlettori. Nessun inciucio: ho semplicemente rinvenuto sul marciapiede di via S. Antonio un invito presumibilmente smarrito da una certa Zigrida Latvijas e ne ho approfittato (tra parentesi mi sono anche messa a sorridere tra me e me dicendomi che S.Antonio con i lettoni funziona un po’ al contrario, che invece di fargli trovare la roba gliela fa perdere).
L’invito era per le 6.49 di mattina di venerdì 11 maggio, in un box auto in Barriera di Milano (luogo dell’evento), con possibilità di parcheggio gratuito nel cortile del Lidl adiacente. Non sto qui a raccontarvi di come la città sia fresca e deserta e ancor più bella a quell’ora, e di quanto ti faccia pensare che puoi cambiare tutta la tua vita proprio a partire da oggi, basta volerlo e smetterla di dormire. Insomma, uno arriva dopo questo viaggio iniziatico e parcheggia con un’ampia e regale sterzata in un cortile deserto a parte una manciata di piccioni e una di centroafricani che ancora riposano (chi sulle due panchine, chi in terra). All’ingresso del box, ti accoglie amichevolmente uno stewart in abiti informali. Per la precisione: giacca da meccanico, pantaloni da pasticcere, grembiule da fabbro. Probabilmente per sottolineare il fatto che il lettore è anche lui un po’ un artigiano e plasma e modella e costruisce, e di pensione, se mai ci arriverà, prenderà una miseria.
Nel piccolo antibox, a cui si accede una volta che sia stata sollevata la pesante saracinesca sulla quale è riportata la scritta Aliti recintati in vernice spray, ti viene chiesto di spogliarti completamente e di spegnere il cellullare. Via anche la catenina e gli orecchini, se li porti. Poi, finalmente, lo stewart ti accompagna nel locale principale, totalmente buio, tranne che per un raggio di luce che filtra dal soffitto incrinato e raggiunge preciso la copertina del volume presentato quest’anno: Colfiorito: un parco per il tarabuso. In quest’atmosfera raccolta, in questo recinto meditativo alitato da un grande ventilatore a soffitto, un esegeta simpatico e con la voce di De Andrè ti intrattiene due giorni esatti e ti racconta di come il volume abbia 110 pagine, sia alto 27 centimetri, pesi 476 grammi, e di come l’autore (anche delle immagini) Giulio Cagnucci abbia una volta bruciato per errore nel camino la lista della spesa che la vicina aveva dimenticato dentro a un  vecchio numero dell'Espresso che gli aveva riportato dopo averlo tenuto in prestito per qualche giorno. Questo oltre ad altri infiniti e interessanti dettagli della sua vita privata che hanno avuto influenza nel determinare i suoi interessi e la sua cifra stilistica. Le 110 pagine scorrono veloci, nonostante si analizzino tutti i periodi e si mettano i puntini su tutte le i, ed è così grande la passione che ti si sprigiona dentro che già ben prima di arrivare a metà dell’esperienza provi un desiderio irrefrenabile di sposarti (o almeno di congiungerti carnalmente) con Cagnucci, di trasferirti in una palafitta a Colfiorito e di mangiarti un tarabuso. Naturalmente mangiare in senso affettivo, perché la possibilità di mangiare veramente nemmeno ti sfiora il pensiero, visto il rapimento.
Quando vai via, la maggior parte delle volte ritrovi catenina, vestiti e orecchini, ma è lo stewart a rincorrerti per farteli indossare, perché normalmente tu arrivi alla macchina ancora nudo, sfogliando avidamente il libro che hai comprato, leggendo e rileggendo capoversi particolarmente spassosi o polisemici. Al centroafricano che si sveglia e ti fa un cenno, regali sorridendo il telefonino ancora spento.
 

tulipani | 10:51 | commenti (32)